La pietra

(in allestimento)

Quel che mettiamo sui nostri libri di Sala —

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Uno scarafaggio nella stanza, il ripugno e l’orrido. Alta letteratura nell’aria, a noi da qualche secolo in là. Improvvisamente i convenevoli e le lodi cessano, il saluto cordiale cede il passo a due spalle voltate di scatto. L’occhio fisso sul tuo non è per te, ti attraversa. Tremori o gelo, fossero rattrappiti d’ansia e schifo o anche indifferenti non fa differenza. Non sei lì.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Nel posto sbagliato. 
Due binari occupano lo stesso spazio: l’idea e il proprio errore, ma il secondo è il solo manifesto. Saper vedere in esso il primo è il frutto di una terribile e rassegnata franchezza o, più spesso, di una tragica ingenuità.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

I colori! Aure odorose! Che miseria.
A stare soli succedono cose molto strane che non c’è poi modo di raccontare davvero mai a nessuno. È sempre meglio non capiti troppo spesso, o l’allucinazione della veglia inciamperà a ogni piè sospinto.

C’è da chiedersi se tutti, compresi poeti e figli del cielo, soffrano di questa malattia: che dispersi in pianure vuote, battute dal vento solamente, gli eventi accadano solo di tanto in tanto, come dolorosi semi infecondi trascinati dalle correnti.
Non è così. Superstizione, presunzione e fretta l’hanno sempre vinta. Si divertono, i maiali. Che si divertano, che si immedesimino, che facciano quello che devono.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Un tardo pomeriggio un cagnetto rideva per strada sotto il cielo nero. 
Le strade saranno dimenticate, le loro pietre sprofonderanno lentamente in una miniera e poi si infileranno nel muro di un campanile dall’altro lato del pianeta. Negli angoli smussati dai piedi dei passanti non rivive la trama delle suole e il peso di chi le portava, la zoppìa del viaggiatore e la schiena ritorta del vecchio e il suo bastone. Dove l’oggetto logoro ricorda che nessun corpo ha identità, il logorio è abrasivo e urticante come se all’idea stessa di materia infliggessimo la privazione del sonno.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Fatto un piccolo sforzo per curare due brevissimi paragrafi, sento momentaneamente scacciata l’inquietudine. Non ne sono contento. Sono tragicamente impotente davanti ai miei pensieri. Non credo neppure di voler trovare come strutturarli degnamente. L’impotenza di cui soffro è un fatto che presenta molte facce, ma tutte riflettono variamente il felice auspicio di assemblare un apparato espressivo adeguato allo smisurato potere assiderante delle mie visioni senza nome, sempre disatteso.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Posso soltanto morire.
Sto preparandone il momento. Non so cosa davvero in che cosa si produrrà questo lungo apparecchiare, ma è certo che il suo scopo sia morire.
Per tutti gli altri sarà meglio non pensarci, così come si usa la pietà di risparmiarsi il ricordo della vita e della morte di chi è già sparito.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Scrivere per nessuno. Parlare per nessuno. Nominare il non-sentire soltanto per lasciarlo dov’è. Usare riverenza per il bello senza fargli una sola domanda. Sarà meglio che non si esprima, vorremo mica che spieghi mai per che motivo ci è così affezionato! Oh, come ci ama il bello! Le cose belle e le cose giuste ci adorano, riunite in folla attorno a noi! Vero?

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Qualora dovessi perderti, ricorda che il silenzio è sempre con te. Qualora dovessi non ritrovarti, ricorda che il silenzio è da dove anche tu sei venuto. Una linea non chiede nulla e accetta tutto. Fermati, lasciati cadere a terra e fa’ che sia la portata delle tue mani a segnare i confini di tutte le cose.

I miei sono diari di una vita improduttiva, ogni parola di questi anni e di quelli che li hanno preceduti, comprese quelle che di me hai dovuto soffrire a voce. Non racconto che di un salace – no, tutt’altro: un salino, ritroso, spaventato, sprovveduto, sterile essere, e delle sue tristi e mutilate fantasie. Non un accenno di quel filo che nelle opere di finzione si ripercorre con curiosa gioia, profonda immedesimazione.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Perché le date? Mi servono? Meglio tenerne il ricordo che no? Sono una forma di prevenzione, ma per che cosa? Per l’ineluttabile? Se vogliamo dire invece che non si tratta di tenere traccia, ma di costruire un ambiente dove muovere storielle, allora forse è diverso. Non dico di questo foglio soltanto, bensì di tutte le cose: vorrei fosse coscienza comune la futilità dei nomi e delle date. Questi anni sononmna chenmtrangugiare [ci hai letteralmente dormito sopra a documento aperto, chissà cosa c’era scritto, chissà cosa è andato perso – ndr.]

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Non troppo esercizio, vi prego. Non correte troppo a informarvi su artefici tecnici ed espressivi, non abbiate una passione incontrollata per qualche idiosincratica vostra meraviglia, giustizia, desiderio. Vi invito! Vi invito a tacere, a usare ciò che avete a portata di mano, a non sostituirvi alle cose stesse nel tentativo di rinvenire le loro proprie necessità: saranno loro a mostrarvele. Non possono farne a meno. Non confrontatevi troppo con qualche idiosincratico vostro mondo. Vi esorto! Vi esorto all’inerzia e al silenzio. Fatevi coraggio. Anche la confusione morrà con voi.
Passaggio da riportare rigorosamente anonimo.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Due stati interiori relativi all’esperire: il primo – quando l’esperienza richiama soltanto se stessa, quando l’evento riguarda soltanto i suoi dintorni; il secondo – quando a essa ne segue un’altra, e la seconda richiama tutte quelle che le sono state prime. L’immagine di un luogo sconosciuto, su un foglio di carta quanto sulla tua retina, ha l’effetto appiattente di un ostacolo davanti all’occhio incosciente, ma il luogo conosciuto contiene in ogni suo scorcio il seme del proprio intero. Esso è, da ogni lato, tutto insieme.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Cosa ci sarebbe di definito nelle forme del cosiddetto immanente? Guardane i contorni! Paiono ballare in una nube di corpuscoli inconsistenti, l’aura dei deserti sabbiosi durante le tempeste. Ma senza terraferma sotto. Atmosfere senza pianeta — il suono di una sola mano!

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Tutto ciò che fanno si fonda alla fine su una credenza soltanto: che le cose siano ciò che sembrano. Le scienze, di comune accordo, incredibilmente vengono loro in aiuto: non esiste alcuna realtà, per voi stessi siete liberi di crearne una di cui sarete despoti indiscussi, col solo limite della vostra fantasia e della vostra abnegazione.
La realtà naturalmente non parla.
Suoni di corpi, gracchianti, crepitanti, vuoti, risonanti come cesti di vimini pietrificati. I giorni sono macchine mute. Dolori a ogni parte di me, non dormo, poi dormo, a volte bene, a volte male, a volte tormentato da qualcosa, altre volte no. Miserabile rosa di stati d’animo condotta per un filo solo: vale tutto uguale.

Al buio. Aria densa, nera. Polvere, grani spessi come lastre di cemento. Il volume della grotta. I canali delle interiora della terra. Ruvida è la volta di quegli intestini soltanto per l’arto che tale può percepirla: un’alta volta in vece che distesa sterminata di colli foschi e vaghi, senza sopra o sotto, larghi o stretti quanto la luce. Amatissimo essere senza dimensioni! Una camera per me, una fantasia per te. Caccia via il mio corpo dalla coordinata — la sua idea stessa è luogo, portalo dovunque esso non è. Che io possa essere gli alberi e il cielo nella cupola del teatro, che io possa essere le travi delle panche e i loro nodi, e i chiodi nelle gambe, e i tarli e i trucioli nel loro stomaco. Ah, indecisione! Mangiami e io ti mangerò! Fumo.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Tutto è un sogno: ne ha il peso, la densità, l’odore, il colore. Ne ha i suoni e l’immanenza. Nessun passato. Il compito sei tu: nessun maestro in vista. Che il nostro tutto paia dimenarsi come lasciando pieghe sudate sulle lenzuola del reale, in un’estate cosmica senza fine, è irrilevante. Finirà com’è incominciato: silenziosamente, trasparente, non finirà proprio.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Che del nero si dica assenza di colore non può essere per definirne una qualità cromatica. Nero è invece un postulato topologico, il prodotto di una particolare relazione tra coordinate, e il nome di qualunque altro colore si riferisce all’opposto di quella relazione.
Chi è senza casa aspetta, per riposare, il cielo nero.
Il cielo nero non è coperto ma copre. Il buio è impedimento inevitabile, non c’è che rassegnarvisi, nient’altro.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Una combinazione:
che strano arrangiamento
di pareti annodate!
così che su ogni lato
e dentro ciascun canto,
e sono proprio tanti,
poiché viene reciso,
finisce separato
un oggettino stanco,
magari un tempo parte,
magari un giorno parte,
e infine sempre parte
di un amore infinito
che, sì, è proprio il tuo.
Non devi disperarti,
sbagliavi e sbaglierai:
tu non eri là affatto,
né là c’erano gli altri.

Che un’immagine non significhi nulla, che un suono sia soltanto movimento, che una luce non illumini gli scopi degli oggetti ma le loro forme solamente. Si lasci anche tacere il mondo, che non è poi abbia avuto mai molto da dire.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Si può essere contemporaneamente altrove? Quali parti restano seminate in quali campi? Quali rogge ne bagnano i lembi?

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Tutti sono tormentati dalla più terribile superstizione: che le qualità degli oggetti risiedano negli oggetti stessi, che le forme definiscano i contorni e non viceversa.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Non c’è soluzione. Aspetto.
Devo avere paura, devo.

–•–•–•–•–•–•–•–•–

Sempre più inaridito, irrimediabilmente infiacchito, rinsecchito, povero. Mi sento come un soldato che abbia in segreto, a sua stessa insaputa, preso coscienza della marginalità del proprio individuo e agisca, come un’ape o una formica, in una trance suicida frutto dell’identificazione con un fatto esterno alla propria esistenza. Da qui non si esce.

–•–•–•–•–•–•–•–•–