Una città, alla fine del mondo

Un uccello si posa sul ramo di mezzo dell’albero di mezzo del bosco senza radure. Saluta la corteccia grinzosa e il bruco scavatore, che ha bucato il midollo dell’albero per succhiarne la linfa. Con una beccata gli stacca la testa e rivolgendo gli occhi al cielo la inghiotte. A chiosare il gesto appena eseguito, cinguetta a destra e a sinistra torcendo il collo con rapida presuntuosa eleganza, poi serra saldamente le zampette nel legno e dorme un minuto.

 

Nascevo alcuni anni fa in una provincia misera di un impero in punto di morte. Nulla lo uccide, e mi è stato detto che si trovava già da tanto tempo in questo stato il giorno che io nacqui, abbastanza perché anche i racconti dei suoi fasti siano ormai dimenticati. I suoi abitanti praticano ancora gli antichi riti ma non ne conoscono più i motivi, né hanno sentito il bisogno di cercarne altri. Ne pronunciano le formule, ne indossano le maschere, ne imparano la musica e i balli, ma non va chiesto a nessuno di loro il perché. I costumi dei miei genitori sono l’involucro vuoto dei moti che animavano i loro antenati, e neanche la terra su cui posano i piedi dice loro un granché. Quand’è così ogni passo compiuto su di essa sarà per forza vano. Nel mondo che conosco e che mi ha cresciuto perciò non esiste il movimento, i nostri corpi traslano inerti su un piano da cui il vento del tempo ha spazzato via ogni punto cardinale, e con la scomparsa delle dimensioni esteriori abbiamo dovuto abbandonare anche quelle interiori. Una casa è le sue sei mura, una strada la sua pietra e la terra battuta, il sonno gli occhi chiusi, il vento una corrente, la luce un ingranaggio rivelatore.
Abitiamo in un paesino in campagna molto isolato. Non ho radici, di certo non qui, né le hanno i miei, ma da qualche parte dovevano pur mettermi al mondo. Abbiamo un cortile dove mia madre tiene certi arbusti che incuranti delle stagioni buttano periodicamente piccoli frutti. Deve averli trovati al grande mercato della capitale, lì non è rimasto neppure un filo d’erba che voglia misurarsi con ciò che gli è esterno. Là si trova tutta la gente. Una folla che in altri rioni, di altre nazioni, rumoreggia, un fragoroso chiacchiericcio sopra instancabili scalpiccii di tacchi sulla pietra. Qui invece la nostra aleggia trasparente, fluttua tra i banchi pieni di ceste vuote, intrattenendo conversazioni così lievi che quasi non si sentono. Un giorno, tra un vezzeggiativo futile e l’altro, la gente si è scoperta dimentica anche del nome della propria città. Dopo una buona settimana di sbadata perplessità, il consiglio in capo al centro urbano si rese conto che, se ciò era un fatto, doveva per forza essere perché della questione non importava davvero a nessuno, così nei documenti ufficiali la capitale fu ribattezzata Incuria. Gli abitanti proseguirono muti, senza battere ciglio, nelle proprie faccende. Sicché l’erba a Incuria cresce blu, gialla, rossa, con le radici al vento, alta un metro, talvolta sospesa a mezz’aria. Non le importa nulla di noialtri che le viviamo appresso, e non le importa dell’acqua, dell’umidità o della terra, ogni getto ha un colore diverso e nessuno di loro segue il sole nel cielo. A calpestarla, talvolta le sue foglie sottili attraversano il piede come una lama dal filo perfetto, o come // L’erba di Incuria è senza clorofilla e non ha considerazione del suolo perché in città la luce si disperde in una nebbia di plausibilità senza dirigersi su nessun corpo, e del terreno è pericoloso il solo pensiero: finché non lo si guarda sembra sostenere i passi, ma non appena si gira gli occhi in basso lui allenta le sue maglie, e pare quasi di caderci dentro.

 

La città andò distrutta e non ne rimase nulla. Da molte valli lontane varie genti venivano a incontrarsi per le sue vie larghe, sotto il sole gentile e la pioggia imperiosa. Nelle piazze le lastre del selciato portavano i segni dei sandali, degli stivali, delle galosce e dei mocassini, e molti viaggiatori solitari ricalcavano ogni giorno per le strade i solchi battuti già mille volte da qualcun altro. Semi portati nelle pieghe degli abiti di questo e di quel figuro di passaggio fiorivano a ogni stagione in una imprevedibile gamma di erbe da ogni longitudine. Quadrupedi più e meno domesticati, dalle proporzioni una più improbabile dell’altra, fiutavano i forni delle mense e delle locande, alzandosi all’ora dei pasti per vagabondare tra le tavolate rumorose. Uccelli di terra e di mare dal cielo condividevano lo sguardo sui muri di pietra, i porticati di mattone, le cupole d’argilla, le vetrate e i giardini lungo i canali, dove un cieco cerca a tentoni tra i rami caduti da cento alberi diversi la corteccia speciale del proprio bastone, mentre tanti bambini lo deridono in cento lingue diverse.
E voi, care figure, siete sublimazione inversa della pace. Vi cerchiamo ricordando il sapore in bocca del sonno più giusto, l’odore più desiderabile, il muscolo più riposato, il tepore più confortante, il contatto più ristoratore. E queste ultime ancora non sono che allegoria dell’unione, dell’unico, del non moto e del moto intero come unico abbraccio.
Fuori albeggia, e la città è sparita. Al suo posto giace una piana sterminata, enorme letto di foglie infestanti, lunghe e sottili. Chiunque vide la città ora è morto. Soltanto un debole vento batte questa verde incosciente ereditiera, perché la tempesta, che sarebbe tanto gioiosa e terribile, varrebbe a dire che un’epoca è trascorsa ed è venuto il tempo per la vita nuova, varrebbe a dire che le forme distinte che componevano il suo passato sono indistintamente rientrate nella storia universale, e che i loro spettri non infestano la terra innocente, che la ghiaia che fu cemento non rende impuro il terreno, che le ossa degli abitanti inesistenti e beati nutrono la landa sovrastante che un giorno sarà ugualmente putrefatta e poi polvere, fondamento di un altro futuro ancora. Ecco, così non è. Questo grande improbo praticello nasconde fedifrago le strade, le piazze e le scalinate della città, tradendo la promessa capitale: che da ogni cosa ne nasca un’altra.
Ma non si pensi che stia semplicemente ricoprendola, la città non è sepolta! Essa non è affatto. Avrebbe dovuto, badate, ma non è.