Se ci pensi, alla fine, c’è la trasformazione dell’essere umano in un grasso ragno.
L’essere umano se ne sta al centro della propria tela, di quelle a imbuto che molto inquietano la vista, si nasconde sul fondo. E aspetta la preda.
La sua preda è il senso. L’essere umano, bramoso di divorare, aspetta che nella sua tela di ragno rimanga intrappolato del senso. E appena lo cattura, ci puoi scommettere, lo divora immediatamente.
Oppure, se il senso abbonda, ne conserva una parte, come spuntino – per periodi più o meno lunghi può sempre capitare di rimanere a corto di senso, e con istinto animale l’essere umano lo sa.
Il segreto del ragno umano sta nella qualità della sua tela. Che cosa secerne dal suo intimo per creare questi fili di relazione? Parole. Le parole argentee del suo intimo, le quali però appartengono alla specie, non illudiamoci su questo punto. Ciò che c’è di più intimo, in fondo, è sempre l’esterno, come in una piega. L’essere umano, il ragno umano intesse il proprio reticolo di parole e aspetta il senso per consumarlo.
Ma, e qui ci si dispera, o si ride, il senso è tale solo perché viene catturato dalla ragnatela di parole.
Di per sé il senso non è senso, è pura energia, pura forza tensionale che può scaricarsi nel nulla. Ma se questa forza viene attirata da quel parasenso che è la ragnatela, ecco che la vivifica e diventa cibo umano.
Diventa la droga del ragno, che non può vivere senza dipendere dalla pura casualità di questo incontro, consumato dal bisogno di divorare. E più il ragno ingrassa più ha bisogno di senso per mantenersi vivo, vincolato dal suo stesso sforzo in una cattiva infinità.
Quanta disperazione per il povero ragno. Certo non si può vivere così. Eppure si vive.
Tommaso Alberti


