Cani

Un cane cammina su un marciapiede, quelli che stanno sul confine delle strade con le case, a volte ce n’è uno, a volte due, qualche rara volta tre, ma più spesso bisogna che i piedi marcino con le automobili. Al mattino rimetteva le zampe fuori da un cantuccio. I vecchietti fanno la terra subito oltre la balaustra di cemento della ferrovia, e punteggiano le loro lingue d’orto con certe baracchette tenute insieme dalla spazzatura. Nel mezzo fanno i cuccioli le mamme cane, e i nidi le cornacchie, nella condensa depongono moschini e zanzare, in letargo finché l’aria del mattino non sappia sciogliere la brina ghiacciata dei prati. La notte lui tornava a ninna tra l’asse di un armadio divelto e una lamiera rubata a un capannone. I vuoti fra un treno e l’altro, le pause fra un soffio di vento e il seguente, i silenzi della strada lontana improvvisamente sgombra, i singhiozzi in coda alle canzoni nel locale aperto fino a tardi, l’ammutolirsi del rombo lontano di un decollo di linea, gli abissi tra i gemiti di un gufo, l’incertezza di un vecchio lampione, sono i respiri del mondo. Il mondo esita a inspirare a un tratto e il sonno trova un cane.
Il fuso del cranio nell’incavo tra le zampe, chiude gli occhi, e restano tali mentre la luna passa tutto il cielo e le nuvole la coprono, e non la coprono più, e la coprono ancora. Al buio cade un po’ d’acqua e una lingua fangosa gli tocca il polpastrello, ma non può svegliarsi: una bassa paratia di ruggine protegge il suo cantuccio dal grosso dei rivi sporchi nel campo, nave scialba e lurida seduta su una secca al limitare della risaia allagata. Le foglie sui rami dei pioppi e degli ailanti sono miliardi di campane sopra i campanili del mondo, e la pioggia soltanto è il loro campanaro. Dalla sua culla, camera microscopica, un sogno si espande istantaneamente durante il singulto incerto prima che tutto inspiri ancora. Il campanaro delle fronde tace anche lui, e il tempo rimasto nel mezzo basta a inventare una vita intera. Il sogno ha già preso lo spazio di tutte le cose, e per lasciarlo pretenderà il pianto inconsolabile.

 

Una notte piana sulla spiaggia fine e chiara, il vento tiepido muove la sabbia verso il mare, che accarezza la battigia con umile sciabordio. Dietro il litorale piccole colline coi prati buoni, e i cespugli fanno qualche chiacchiera con l’erba. Niente nuvole, stelle grandi come uva fanno il cielo luminoso senza luna, le bestie riposano. Le foglie sui rami degli alberi suonano la gloria di tutto.

 

Così il quadrupede apre gli occhi e si incammina. D’estate va per una stradina verso una montagna. Alle ombre degli alberi sosta a respirare, alle pozze e ai fossi indugia a trangugiare, un po’ d’acqua per la gola e un altro po’ per la pancia e per il pelo. Che i temporali finiscano l’aspetta alle radici degli abeti più infelici, che la grandine cessi di sferzare secche messi lo confida tra gli arbusti più indefessi, poi ripensa a certe meste sagre nei paesi e non confida più. Dovrebbe fermarlo il grido di un rapace nella notte? La propaggine ghiacciata di un cielo grigio, che accarezza il coppino, dovrebbe fare che le zampe e gli occhi fremano tanto che il passo divenga incerto e lui rivolga le punte dei piedi ancora verso casa? Non sai, vuoto, che un quadrupede è tuo fratello? Non ricordi, nulla, la tua cuccia? Non ricordi allora che il vostro grappolo era sulla stessa vite, dimentichi la pergola che vi sostenne entrambi ed entrambi abbandonaste inerti, e l’istante che rovinaste insieme al suolo voi e gli altri acini, tutti quanti. Ignori quindi che la sua casa è la stessa tua. Che come tu non hai spalle o fronte lui davvero non può voltarsi indietro. Il vento freddo è il suo fiato e i freddi grani bianchi della tormenta le sue unghie impresse in terra, la voce del gufo è il suo latrato e il bosco scuro la sua pelliccia.
Fa giorno, apre gli occhi, stiracchia un pezzo, poi un altro, e riprende distratto a camminare. È l’estate fredda dell’ultimo anno prima della fine del mondo: il sole è alto sulla nostra verticale, grande e piatto e smunto, dà una luce grigia che mangia i colori e il loro movimento.

 

Qualcuno dice che la morte non può essere argomento della vita perché in essa ogni filo termina, ogni vicenda si chiude. Che visione confortante. Non fosse che è il contrario: la morte lascia aperta ogni possibilità in eterno. Auguri. E no, caro, non è la stessa cosa.
Ogni giorno se ne va via come un sogno, lascia le tracce del sogno e ha la durata del sogno, e a dirla tutta ne ha anche la consistenza. Il legame tra due forme si disfa, subisce l’atmosfera, respira quel che le correnti gli portano e si avvelena e brucia e sbriciola. Tutto è un sogno: ne ha il peso, la densità, l’odore, il colore. Ne ha i suoni e l’immanenza. Nessun passato. Il compito sei tu: nessun maestro in vista. Che il nostro tutto paia dimenarsi come lasciando pieghe sudate sulle lenzuola del reale, in un’estate cosmica senza fine, è irrilevante. Finirà com’è incominciato: silenziosamente, trasparente, non finirà affatto.

 

Passa il tempo, e il quadrupede d’autunno va per una stradina verso una montagna, quando ecco incoccia un bivio e l’inforca nel mezzo, dove si mette il cartello per di qua o per di là. Lo passa e si infila tra gli sterpi e sotto i cespi, cammina dritto e non si ferma, può andare solamente avanti. Non va svelto, non c’è fretta, e anche fosse non c’è sentiero né dove mettere i piedi. Non esita in perlustrazioni, non ce n’è bisogno, senza deviare coglie noci e bacche e mastica sbirciando tra le frasche insù l’ultimo cielo terso prima dell’inverno. Mesi polverosi colmi della fine di tutte le speranze, il quadrupede guarda in alto e la sua dirittura vacilla. Folgori irresolute baluginano da ogni parte, lampeggiano come scariche di un cielo nero che è tanto sopra quanto sotto. Ogni punto fermo è fittizio, ogni parola è uno sbuffo di vapore muto. Le idee sono tutte senza volto, e in un istante il viso di un animale gualcisce, si squaglia e cola via soltanto dandogli troppo o troppo poco. Cerchiamo senso nell’intuizione perché il suo appiglio è inimmaginabilmente lontano, sì, ma soprattutto perché è silenzioso. L’intuizione tace: non illustra e non dispiega, lasciandosi dietro un alone di plausibile che ha l’odore dell’acqua dolce di una pioggia leggera sopra un oceano acre. Il sale non va giù bene.
Resta così senza mezzi di espressione. L’unico abitante rimasto dei pensieri è il fastidio, il mal di testa. Le immagini sono senza fondo o, se preferite, hanno solo quello. Restano ripetizione e silenzio, che è lo stesso. Niente ricerche di un cane, niente forme cicliche, niente paesaggi, nessuna storia. Gambe tremule, tendini smagriti e fiacchi tesi sulle rotule, la schiena come un materasso ad acqua, nel naso mucosa ferita e ruvida. Ricorda soltanto di mordere i denti. Non salterà nell’erba alta oltre la testa, non canterà sul ramo di una betulla impolverata, non racconterà di mondi paralleli, non parlerà proprio. Si accascia sull’erba del sottobosco e si deprime, e il corpo non risponde, guarda in alto e il sole tra le chiome gli infilza gli occhi, e mentre lui domanda perché, quello insiste e gli trafigge il piccolo cranio da parte a parte.