Come ogni relazione univoca, il concetto di identità personale richiede una forma di corrispondenza tra due sponde, tipicamente una interna e una esterna. Richiede l’identificazione di uno spazio, di due sponde, della loro opposizione e quindi del loro asse di simmetria. Quell’asse è una parete trasparente ma assolutamente indistruttibile, attraverso cui un soggetto può e deve eseguire osservazioni e paragoni degli oggetti sparsi sui due lati. Questa facoltà, che pare diritto liberale e sacrosanto, nonché grande fonte di piacere per tanti, è piuttosto una maledizione e una condanna.
Comunemente, il primo approccio al desiderio ha luogo in compagnia di nostri simili, che ne diventano inevitabilmente l’argomento. Ciononostante, o forse proprio in virtù di questo, sono costretto a ricordare ancora che non conosco affatto i miei genitori, che non so dire nulla sui fondamenti della loro espressione o sulla sorgente dei loro manifesti slanci, e che il muto aspetto meccanico della loro esistenza priva di ogni destinazione i loro gesti; ed ecco che i volti di tutti, di seguito al loro, appaiono come cancellati, mentre di fronte a ognuno si materializza un proprio piccolo sterminato abisso. La cancellazione è simile all’applicazione di un dettagliatissimo ‘filtro a rumore’, così terribilmente caotico da produrre immagini uniformi – con alcune saltuarie anomalie, imprevedibili addensamenti, picchi, qui e lì. Il riaffiorare di tale ricordo, specialmente perché legato a entità che significarono prima di tutte le altre, getta ogni immagine in un pozzo di incertezza e sconforto così profondo che […].
Un problema di identità


