Meccanismo e comunione

Nessun amico, di nessun genere, vale a nulla. Questo è il mondo. Lo abbiamo fatto noi. Non ci piace, ma abbiamo la forte impressione che cambiarlo sia impossibile, e aspettiamo che un pezzo dopo l’altro le sue necessità mutino, non viste, non curate, nel tempo, senza che noi poniamo loro alcuna questione. Potrebbero risponderci? No, in ogni caso. L’unica considerazione rimasta di cui degnare l’individuo umano è funzione della sua capacità di applicarsi con la migliore delle oneste intenzioni allo sterminato motore delle attività in corso, come un minuto ingranaggio. La visione della compatta coerenza di tale mole di attività è un mostro tanto orrendo che nessuno di noi riesce neppure a nominarlo senza preamboli, senza un risolino di apotropaico scherno. È tanto reale da non meritare alcuna attenzione. Qualcuno tra noi fugge anche, sconsolato, per le proprie personali praterie, talvolta accoglienti e talvolta frigide – chi può dirlo? –, ma sempre ricolme di perplessità e silenzio. Racconterà di aver visto campi luminosi. Mente.

 

Aspetto fuori dalla porta di casa mia come un cane abbandonato da se stesso. Niente padrone. Come me, tutti. Il cielo è il mio padrone, la terra è il mio padrone, l’erba le carezze sul mio pelo, il vento la voce nei miei occhi. I cannoni sulle mura annunciano la fine, i cannoni sulle navi annunciano l’inizio. Guardali con la vista della mosca e vedrai nient’altro che una tovaglia impolverata.
Il cielo è blu, il cielo è nero, il cielo non c’è, il cielo è altissimo, il cielo è abisso. Tieni, sostieni, trattieni, verrò, verrai, verremo. Aspetta, aspetta, aspetta, ripeti, ripeti, ripeti, pazienza non occorre portarne perché tu sei nella nuvola, e nel cavallo che la guarda, e nell’occhio del cavallo e nello zoccolo, e nell’erba che lo zoccolo calpesta, e tra le sue radici, e nei vermi che le masticano. Cuore grande, nella cordata degli stomaci del suolo, al centro, un ghiribizzo a sinistra. La pagina si chiude, e la porta si apre per sempre.